Appalti e camorra: gli anni passano, l’ombra del tesoro del “fantasma” Bardellino aleggia ancora

Antonio Bardellino

Antonio Bardellino

Tra un colletto bianco e l’altro, la maxi-inchiesta della Dda su appalti, camorra e mazzette che in questi giorni in Campania ha portato a settanta misure di custodia cautelare fa tornare in auge la caccia al tesoro di Antonio Bardellino. Ancora.

Suggestioni che ruotano attorno ai miliardi di vecchie lire del fondatore del clan dei Casalesi che si ipotizza progressivamente reimmessi nel comparto economico, negli anni, attraverso il riciclaggio e l’investimento in attività pulite, dall’edilizia alla finanza. Un mare di soldi sporchi i cui riverberi tornano in terra campana e nel Basso Lazio ogniqualvolta il binomio camorra-capitali si riaffaccia all’ordine del giorno delle cronache antimafia. Anche seguendo fili rossi all’apparenza molto sottili.

Come quello che sembra in qualche modo portare ad Antonio Bretto, imprenditore di Casal di Principe accusato, nell’ambito dell’inchiesta sfociata nell’ultima retata firmata dalla Dda partenopea, di aver corrisposto una tangente da 50mila euro al consigliere della Regione Campania Pasquale Sommese e al suo factotum (e parente) Antonello Sommese. Una mazzetta per l’aggiudicazione del restauro di una torre medievale in quel di Cerreto Sannita, nel Beneventano, e che vede contestato a Bretto il reato di corruzione. Nulla a che fare con la mafia, le accuse rivolte all’indagato.

Eppure il suo è un nome che avrebbe attirato non poco l’attenzione degli ambienti della Dda di Napoli. Se non altro per alcuni particolari “curiosi”. E che convergono fino a rievocare, in entrambi i casi, la figura ingombrante e misteriosa del ras casalese Bardellino, presunto morto assassinato da fine anni Ottanta, dando poi vita all’“esodo” dei suoi familiari nel Sud Pontino, direzione Formia. Storia nota.

Ebbene, Antonio Bretto ha un cognome pesante, da certe parti: avrebbe un legame di parentela con Immacolata Bretto, ovvero la prima moglie di Bardellino. Ed oltretutto avrebbe avuto punti di contatto ben precisi con Pasquale Pirolo, l’imprenditore “addetto al riciclaggio” ritenuto luogotenente di Michele Zagaria, ma soprattutto ex braccio destro di Bardellino, tanto da rifornirlo di denaro durante la latitanza in Spagna nel 1983. I nomi di Pirolo e Bretto sono finiti insieme nel 2011 in un’indagine più ampia, per un vecchio passaggio di quote in una ditta, la Impresud srl, dalle mani di Bretto, solo sfiorato dall’inchiesta di allora, a quelle di Pirolo, andato invece incontro con altri a un sequestro patrimoniale da 50 milioni di euro.

Abbastanza, alla luce dei risvolti attuali, per portare gli investigatori dell’Antimafia ad avviare ulteriori verifiche sul fantomatico tesoro dello “scomparso” Bardellino, e su un suo possibile reimpiego in imprese ben addentrate in politica ed appalti pubblici.

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