ORA C'E' ANCHE L'UFFICIALITA', L'ITALCRAFT DI GAETA E' FALLITA

ORA C'E' ANCHE L'UFFICIALITA', L'ITALCRAFT DI GAETA E' FALLITA

tetti italcraftOra la sentenza è definitiva: i cantieri navali Italcraft di Gaeta sono falliti. A decretarlo, dopo circa una settimana di Camera di Consiglio, è stato il giudice del Tribunale di Latina Roberto Amatore. A perdere il proprio lavoro come operai della ditta nautica saranno ben 46 operai. Così ora da un punto di vista gestionale l’amministratore giudiziario in carica sarà sostituito al timone della società nel destino giudiziario della fabbrica da un curatore fallimentare non ancora individuato. Una figura che si occuperà quindi di mettere in liquidazione tutti beni dell’azienda per coprire gli svariati milioni di euro di debiti che hanno portato al fallimento dello storico polo industriale per la costruzione di imbarcazioni di lusso lungo un tratto di Golfo di Gaeta.

Ma come ricorda un adagio popolare, le brutte notizie non arrivano mai da sole. Infatti dopo il pronunciamento sul fallimento dell’Italcraft, i sindacati rappresentati da Luigi Coppola e Giustino Gatti della Filca Cisl, Carmine Zazzero della Fillea Cgil e Massimo Purificato della Feneal Uil, si sono immediatamente recati alla volta de La Pisana dove si trova il palazzo istituzionale della Regione Lazio per cercare di trovare sin da subito un accordo per una nuova proroga alla cassaintegrazione della quale hanno beneficiato fino ad oggi i lavoratori e che sta per scadere. Nulla da fare è stata per il momento la risposta negativa dei funzionari, a causa di un sfruttamento fino al limite consentito dell’ammortizzatore sociale a beneficio dei dipendenti Italcraft.

Certo è che i 46 lavoratori, oramai ex Italcraft, sono più depressi e sfiduciati che mai e per questo motivo i rappresentanti sindacali torneranno alla carica martedì prossimo in un nuovo incontro, in compagnia anche del neo curatore fallimentare, nuovamente in Regione Lazio per tentare di ottenere quantomeno un sostentamento statale per chi ha perso il posto di lavoro. Il fallimento è arrivato, e ora è il momento di battere cassa per i debitori.

Dovesse tuttavia arrivare una nuova richiesta di acquisizione da parte di gruppi imprenditoriali, semmai più favorevoli a formulare offerte senza le stringenti prescrizioni del Tribunale come avveniva prima del fallimento, il giudice potrebbe tuttavia ancora tornare a valutarne la bontà e le garanzie. Due aspetti che sono mancati alle ultime proposte di acquisizione avanzate dalla cantieri navali riuniti italiani e dal gruppo Colasanti di Lanciano.

Proposte prive di garanzie bancarie, occupazionali e d’investimento, e perciò rigettate. Un aspetto non affatto marginale nell’economia del destino fallimentare toccato all’Italcraft e sul quale lo stesso giudice Amatore ha ricordato la mancanza di presupposti che hanno lasciato cadere la mannaia del fallimento sul recupero produttivo del sito industriale. Perché oltre all’assenza delle dovute garanzie per nuove acquisizioni a mancare è proprio il lavoro: nessun contratto, beni congelati nell’affaire Perrozzi-Bluefin e nessuna commessa. Insomma il baratro era inevitabile.

Se nulla cambia, perciò, i capannoni si svuoteranno delle barche rimaste in cantiere e dei macchinari per costruirle e forse, li dentro, rimarranno solo quegli operai che ancora oggi ne presidiano i locali occupandoli ad oltranza, in attesa di un nuovo destino occupazionale.

 

LA DELUSIONE DEI SINDACATI

protesta italcraftNon hanno evitato di lasciar trapelare tutta la propria comprensibile delusione per come sono andate a finire le cose i quattro rappresentanti sindacali degli operai Italcraft Luigi Coppola e Giustino Gatti della Filca Cisl, Carmine Zazzero della Fillea Cgil e Massimo Purificato della Feneal Uil. Sempre al fianco dei lavoratori sia nell’organizzazione di tutte le manifestazioni di protesta andate in scena per sensibilizzare l’opinione pubblica, come le passeggiate sui tetti dei cantieri, i blocchi stradali, le marce in Comune o, quella più recente, dell’occupazione del sito industriale, sia nel cercare di far valere quei diritti di lavoro negato nelle opportune sedi istituzionali.

Una delusione che si legge chiaramente nelle prime battute a caldo delle parti sociali: “Sorprende la rapidità con la quale si arriva a questa decisione definitiva, ma tuttavia era un epilogo che ci aspettavamo. Ora, però – hanno rilanciato i quattro – puntiamo anzitutto, come primo passo, ad ottenere un sostegno, a questo punto vitale per gli operai, grazie ad una nuova proroga o qualsiasi altra alternativa sostenibile che possa ammortizzare la perdita del lavoro, che sia la cassaintegrazione o altro. E non perdiamo neppure la speranza che, con un fallimento in atto, questa nuova situazione possa rappresentare una sorta di contesto agevolato nel presentare nuove proposte da parte di potenziali compratori interessati”.

Ovviamente a questo punto gli spunti per il salvataggio del posto di lavoro e i motivi di speranza sono molteplici, come quella su cui più insistono le parti sociali rappresentata dall’assunzione immediata in qualsiasi altra attività imprenditoriale dovesse insediarsi nel sito di lungomare Caboto. Perché a questo punto non è importante avere il proprio posto di lavoro, ma un posto di lavoro e quel sito, nel quale hanno lavorato decenni, la sentono come casa loro, ragion per cui vantano una sorta di priorità acquisita per eventuali nuove assunzioni nella speranza di un nuovo futuro occupazionale.

CRONISTORIA, GLI ULTIMI MESI FINO AL FALLIMENTO

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